In una scuola di Aversa si è verificato un episodio che sta facendo riflettere molte famiglie. Una bambina, nel giorno del suo compleanno, aveva portato un piccolo vassoio di pasticcini per festeggiare con i compagni in modo semplice e spontaneo. Un gesto affettuoso e consueto in molte classi, soprattutto quando – come in questo caso – la stessa bambina aveva visto che, in un’altra sezione dell’istituto, era in corso una festa simile.
Eppure, quel “fagottino” di dolci è stato fermato all’ingresso dell’aula. Nessuna festa, nessuna condivisione, solo un divieto. La bambina è rimasta delusa e confusa, non riuscendo a comprendere perché ad altri fosse stato permesso ciò che a lei veniva negato.
Il paradosso è ancora più evidente se si considera la situazione attuale del Comune di Aversa, che non riesce a garantire il servizio mensa per problemi amministrativi. In un contesto dove ai bambini manca persino un pasto regolare a scuola, negare un semplice pasticcino condiviso tra compagni appare non solo eccessivo, ma disumano.
È giusto avere regole. Ma è altrettanto giusto applicarle con equilibrio, coerenza e sensibilità. Una scuola è prima di tutto una comunità educativa, non un ufficio che applica circolari senza guardare in faccia i bambini. Se in una classe si può festeggiare e in un’altra no, non è solo un problema organizzativo: è un messaggio sbagliato sul piano umano.
Questo episodio invita a una riflessione: che scuola vogliamo essere?
Una scuola che vieta per abitudine o una scuola che educa anche attraverso i piccoli gesti di condivisione?
In un tempo in cui si parla tanto di inclusione, empatia e benessere scolastico, forse un pasticcino non è solo un dolce: è un simbolo di comunità, di attenzione e di rispetto per l’infanzia.
Raccontarlo non serve a polemizzare, ma a crescere insieme. Perché i bambini osservano, confrontano e ricordano. E noi adulti abbiamo il dovere di dimostrare che la scuola è – e deve restare – un luogo di accoglienza, non di rigidità.