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Fico in Campania: una scelta molto debole in una regione molto difficile

09.10.2025 di Redazione

Fico in Campania: una scelta molto debole in una regione molto difficile

L’investitura di Roberto Fico a candidato alla presidenza della Campania è l’ennesima dimostrazione di quanto la politica nazionale continui a sottovalutare la fisionomia, la natura reale e profonda e le stesse necessità dei territori che pretende di amministrare. Naturalmente, non è una questione personale, ma politica. Fico sembra una persona educata, ma la sua candidatura in Campania è una soluzione di apparato, non una scelta radicata né competitiva. Il Pd, invece di affidarsi alla competenza, ha privilegiato esigenze di un’alleanza utile per la salvaguardia delle sue rendite di posizione. Del resto, proprio per questa scelta di “convenienza” si era innescata al suo interno una più che vivace protesta di autorevoli suoi esponenti, “ribelli”, però, solo fino a ieri. Infatti, senza alcun imbarazzo, ingoiatisi Fico, il “cacicco” de Luca e gli sprezzanti giudizi fino ad allora da essi espressi, si sono subito acquietati e zittiti e sono docilmente rientrati nei ranghi per sedersi a tavola (primum vivere, deinde philosophari; che, tradotto maccheronicamente, significa: prima di ogni altra cosa, bisogna salvare la pagnotta).

La Campania non può essere ridotta, come Pd e 5 Stelle vorrebbero contrabbandarla, a laboratorio politico per sperimentare eventuali ragioni di una coalizione in cui potersi riconoscere. Né, tantomeno, a premio di consolazione da assegnare per la gestione del “bilancino” nazionale.  E’ una Regione – per così dire – politica e politicizzata da strappare al decadimento, alla clientela, all’inefficienza. E’ Sud, è disagio sociale, ma è anche potenziale di sviluppo, turismo, cultura, giovani, innovazione. Governarla non può pertanto significare rappresentarla in nome di un cartello elettorale sperimentale, ma guidarla concretamente e unitariamente. Significa conoscerne le dinamiche; sapere reggere l’urto dei poteri locali; dei feudi interni; dei sindaci affamati di fondi; delle   aziende pubbliche vetuste e lottizzate; di quelle private a caccia di “protettori” seduti sulle poltrone giuste; fronteggiare clan, occulti e/o palesi, per i quali ogni vuoto di potere è una chance da sfruttare. Quale capacità ed esperienza porta in dote “il buon” Fico in questo difficile e assai complesso panorama?  Nessuna. A sua insaputa, presidente della Camera dei Deputati in un contesto fortemente pilotato, Fico (pur dimenticando gli urenti appellativi rivoltigli da Vincenzo De Luca fino a ieri, ma suo alleato di oggi) non ha mai costruito nulla, né ha mai avuto (o ha) consenso reale; non ha mai amministrato un Comune o altro primario ente; non ha mai gestito un bilancio; non ha mai avuto una significativa attività lavorativa. È stato, tutt’al più, a volere essere buonisti, una figura istituzionale decorosa, ma politicamente sbiadita, forse ornamentale, certamente non incisiva, anche se nota per un solo giorno per la teatrale trovata, subito dopo l’elezione all’alta carica, di essersi recato al Quirinale, “travestito” da comune passeggero, a bordo di un autobus di linea per salutare il Presidente della Repubblica. Ed è proprio questo il problema.

La credibilità non si improvvisa né si impone: si costruisce nella coerenza, nella reputazione pubblica, nella capacità di tenere insieme popolo e istituzioni. È su questo terreno che si gioca oggi la sfida vera. La Campania non ha bisogno di figure esornative o strumentalmente decorate e imbellettate per esigenze legate a dinamiche di vertice funzionali solo ad un’utile gestione del potere. Necessita, piuttosto, di politici preparati, esperti, forti, radicati e anche conflittuali, se serve. La scelta di Fico, di fatto, è una strumentale concessione ai 5 Stelle, più che una decisione per vincere e, soprattutto, per amministrare con efficienza ed efficacia. Ed è qui (visti anche i risultati elettorali delle Marche e della Calabria) che emerge, a volere essere benevoli, l’inadeguatezza strategica, o, piuttosto, a essere realisti, la spregiudicatezza del Pd, del centrosinistra e dei suoi alleati; tutti (ben consapevoli della loro precaria “convivenza” politico-elettorale tra vecchi nemici) mostratisi interessati solo alla loro sopravvivenza e alla speranza di una conservazione delle poltrone. Invece di affidarsi ad un candidato in grado di raccogliere quel poco di buono che De Luca (tacendo la sua disinvolta gestione delle clientele al puzzo di fritto di pesce) ha comunque seminato in dieci anni di un’amministrazione fortemente personalistica, ma anche operativa (seppure spesso in malam partem), si è scelto un profilo non in grado né di ereditare nulla, né di costruire alcunché: né voti, né reti di riferimento, né autorevolezza, né credibilità, né altro.

Insomma, malgrado la sua unica e involontaria “qualità” di essere nato e di vivere a Napoli, Fico è un corpo estraneo e comunque inadeguato a governare questo territorio. La sua candidatura, che con sfrontatezza si vuole spacciare come occasione di “rinnovamento”, è solo dovuta ad un cartello di arrembaggio, tant’è che Fico, il poverino, finirà per essere percepito, appunto, come “strumento” fragile e inoffensivo per conservare ciò che esiste. Però, specie in Campania, all’inoffensivo è assicurata una condanna all’irrilevanza, al pari di colui al quale, con sorrisetti di tolleranza, per sottolinearne la inconsistenza, si riserva l’anòdina definizione di “brava persona”. Peraltro, chi si candida a Presidente di una Regione come la Campania, se non ha il controllo del territorio, deve almeno avere una forza politica nazionale in grado di “proteggerlo”, imporgli rispetto e garantirgli alleanze. Fico non ha niente di tutto questo: né la indispensabile preparazione ed esperienza, né carisma, né presa sul territorio, né credibilità, né un partito solido alle spalle, né alleati affidabili. La sua candidatura potrebbe perfino facilitare la demagogica retorica del “deluchismo” postumo, quella pronta a sentenziare: “vedete cosa succede quando non ci sono io, il vituperato “cacicco?” E un’eventuale sconfitta elettorale sarà un perfetto alibi per la sua corrente (ufficialmente del figlio Piero, neo segretario dinastico del Pd nell’ex  possedimento Campania) per rivendicare: “abbiamo sbagliato a (in parte) mollare De Luca”.

Non è, dunque, solo Roberto Fico il problema, ma anche la logica “mercantile” che lo ha portato alla candidatura: quella che ha abbracciato le ragioni di una momentanea coalizione tra diversi solo per tentare di non abbandonare potere, prerogative e poltrone. Una strategia, in sostanza, che di fatto ha ridotto la “povera” Campania a pedina mossa in funzione di giochi nazionali, instabili equilibri di proteiformi e temporanee coalizioni e necessità romane di partiti; e, pertanto, l’ha svilita a “preda” da sezionare, spartire e assegnare e non, piuttosto, a “soggetto” da ascoltare e servire per favorirne sviluppo e crescita.  Ma, proprio in Campania, questo tipo di logica – sperimentata altre volte – non porta alla costruzione di alcunché, né tantomeno al mitico e blaterato rinascimento, ma solo alla stagnazione e al declino. E, se può essere di conforto, porterà anche alla condanna e alla emarginazione della classe politica che ha costruito questo ambiguo e dannoso scenario.

di Pasquale Giuliano*

*Già Parlamentare, Sottosegretario alla Giustizia e Presidente della Commissione Lavoro del Senato

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