Un tempo si scambiavano primogeniture per un piatto di lenticchie. Oggi, bastano 30 denari di potere e un governatore con vocazione da monarca per firmare il patto della crostata…pardon, della sottomissione. Nel Partito democratico campano non si elegge: si eredita. È la nuova regola non scritta che guida le operazioni elettorali nel feudo meridionale del centrosinistra. Dopo due anni di commissariamento – con promesse di rinnovamento, aperture, pluralismo, democrazia interna e altri miraggi da convegno –, tutto si conclude con la più prevedibile delle soluzioni: passare il testimone al figlio del capo. Mentre il Pd nazionale (stra)parla di partecipazione, trasparenza, campi larghi, nuove generazioni, in Campania il campo si restringe a una sola famiglia: l’orto dei De Luca.
Il governatore uscente, Vincenzo De Luca, detto il “cacicco” (così lo definiva Giuseppe Conte, prima di tendergli la mano con entusiasmo da ostaggio), ha preteso e ottenuto non solo voce in capitolo sulle liste, ma anche la nomina del figlio, Piero, a segretario regionale del Pd. Il messaggio che ha lanciato don Vincenzo è chiaro: In Campania, il partito è mio, lo gestisco come dico io e lo lascio a lui, il mio erede designato. Prima delle elezioni faremo un bel congresso posticcio con lui candidato unico e lo eleggeremo per acclamazione. Insomma, deve essere chiaro: chi è mio figlio comanda, gli altri assistono, al massimo mormorano, compresi i cosiddetti “ribelli” del Pd, ai quali, semmai, sarà lanciato qualche osso.
Alla faccia del pluralismo, del sano confronto interno e della “nuova classe dirigente”. Stiamo assistendo al deluchismo ereditario, che non ha niente a che fare con la proclamata democrazia interna, ma molto con il diritto divino di successione. La politica della sinistra campana, in questa versione tragicomica, somiglia più a una monarchia borbonica che a un’organizzazione politica moderna. Con la differenza che almeno i Borbone non facevano finta di essere progressisti, né si spacciavano per tali.
Il Pd ufficiale, anziché alzare la voce, strepitare, “combattere”, ha abbassato la testa fino ad inchinarsi per terra. I leader nazionali, da Schlein in giù, si sono rifugiati nel complice silenzio di una umiliante resa, nella speranza che tutto si attenui da sé e cada nel dimenticatoio. Ma è difficile nascondere e calmare il disagio e la rabbia furente di una base che da anni si sente usata come comparsa per ratificare decisioni prese da altri, altrove, in altre stanze, con discutibili personaggi e con interessi che non sono quelli generali. Altro che campo largo: questo è un campo minato dove, nello spregiudicato arrembaggio al potere, i princìpi saltano in aria. O, se si preferisce, un camposanto dove sono state seppellite etica, coerenza e dignità.
Nel frattempo, nel Pd si continuano ad organizzare conferenze sul rinnovamento, si pubblicano tweet sul pluralismo, si inneggia alla democrazia e al cambiamento. Il famoso “bla bla bla” di cui la sinistra è maestra riconosciuta.
E intanto Piero avanza. Silenzioso, ben pettinato, sorridente, educato, tanto che nelle foto sembra il grigio e compassato dirigente del Pd 2.0. Dicono che ha esperienza. E’ stato vicecapogruppo alla Camera, e questo va riconosciuto. Ma l’anomalia non è nella persona, è nel metodo. Quando un figlio diventa segretario di partito nello stesso territorio in cui il padre da dieci anni controlla mezza regione con metodi ben noti e l’altra la tiene in ostaggio, il problema non è la qualità individuale ma il messaggio collettivo.
Il Pd non dovrebbe essere un’azienda di famiglia o il partito che assicura la continuità dinastica. In Campania, invece, si chiude il cerchio con una ditta di famiglia con il logo progressista sul feudo di proprietà De Luca. Insomma, “democrazia ereditaria”: dal padre al figlio, e così sia e così è.
Il Pd, orfano di un credibile successore del “modello” De Luca, in questo sconcertante patto, si è disperatamente aggrappato a una figura politicamente e unanimemente riconosciuta inadeguata qual è Roberto Fico, come a una boa in un mare di incertezze e in un oceano di contraddizioni. E i poteri locali, visibili e/o mascherati, sorridono compiaciuti: nulla cambia nella gestione delle clientele, se non le bandiere.
Chi l’avrebbe mai detto: De Luca e Conte, già nemici giurati e protagonisti di feroci scontri frontali, seduti allo stesso tavolo e con il Pd a reggere il moccolo. E mentre De Luca brinda – non si sa se per la continuità nel suo feudo o per la farsa –, la sinistra si scopre complice, supina, muta, sottomessa. Avevano promesso un nuovo inizio, hanno riesum/ato il peggio del peggio del passato. Ora spetta all’elettorato, compresi gli astenuti “cronici”, rispondere in maniera responsabile e adeguata.
di Pasquale Giuliano*
*Già Parlamentare e Sottosegretario alla Giustizia
da Nero su Bianco del 06/09/2025
