Caro Sindaco,
a distanza di un anno dalla tua elezione, come aversano, come contribuente e come collega, visto che hai ritenuto di non rispondere a un mio sms con il quale ti sollecitavo ad intervenire con efficacia su una città in grave sofferenza, avverto l’esigenza, anzi il dovere di indirizzarti questa lettera aperta.
Non ti chiedo conto di singole decisioni (non ve ne sono state, in effetti), ma intendo mettere a nudo quella che, ormai con drammatica chiarezza appare come l’essenza del tuo mandato: un esperimento di presenza scenica priva di sostanza, in cui la politica si è ridotta a protocollo, la leadership a facciata e l’amministrazione a una collezione di foto, di selfie, di slogan, di dichiarazioni nelle quali ogni frase contiene la smentita della precedente. La visibilità è il tuo verbo, l’apparenza il tuo culto.
La città sa bene che sei diventato sindaco non per scelta maturata dalla Comunità, non per carisma, visione o progetto, ma solo perché catapultato per cooptazione. Sei stato nominato e installato da un regista politico che ha visto in te il candidato ideale, proprio perché innocuo, docile, e soprattutto obbediente fino all’autospegnimento.
Sin dai primi giorni è apparso chiaro che il tuo compito non fosse tanto amministrare, ma rappresentare: rappresentare il volere altrui, eseguire copioni scritti da mani esterne, garantire che tutto restasse esattamente com’era stato disegnato da chi ti ha cooptato.
In questo, bisogna riconoscerlo, sei stato esemplare come sindaco per caso, per procura e per vanità. Insomma, come sindaco da cerimonia: mai un gesto autonomo, mai una parola fuori dal canovaccio, mai un’ombra di dissonanza rispetto al volere della tua eterogenea maggioranza. La quale, come te, ha un solo obiettivo: la conservazione della poltrona. Il resto – cittadini, problemi, emergenze, bisogni – è materia secondaria, disturbante, da trattare con lo stesso zelo riservato alla posta indesiderata, per lo meno fino alle prossime elezioni regionali. Per quelle del presidente della Provincia, invece, hai già ubbidito e sottoscritto la candidatura scelta dal tuo dominus.
Ci si sarebbe aspettati da te, almeno, una direzione, un indirizzo, un coordinamento. Tu, invece, hai offerto una immobilità travestita da prudenza, un teatrino amministrativo in cui tutto viene “studiato”, “valutato”, “approfondito”, “rimandato”, per poi essere messo da parte o dimenticato. Davanti a ogni problematica, sei riuscito a incarnare i l’attesa, l’indecisione, la delega perpetua. Ti sei dimostrato un capolavoro di irresolutezza travestita da prudenza, di servilismo mascherato da dialogo, di paralisi dipinta da riflessione. Come ti è stato imposto, stai interpretando il tuo ruolo come un ossequioso cerimoniere in abiti istituzionali, non come sarebbe invece tuo dovere come autonomo, responsabile e coerente amministratore di una città come la nostra.
Per confermare tutto questo, non voglio metterti di fronte alle motivate critiche dell’opposizione e alla profonda delusione dei cittadini. Mi basta ricordarti la voce di uno dei pochissimi collaboratori scelti da te personalmente – Mariano D’Amore, il tuo assessore tecnico al bilancio – che ha pronunciato le parole più lucide e severe. Le sue dimissioni non possono passare sotto silenzio, né essere da te strumentalmente contrabbandate come una decisione concordata. D’Amore ha parlato apertamente di una tua mancanza di coraggio, ha criticato la tua scelta di confermare in blocco la precedente giunta – quella che proprio tu , con parole inequivoche che ora non puoi rimangiarti, avevi giudicato del tutto inadeguata – e ha definito ingiustificabile tale continuità.
Se persino chi ti aveva affiancato e sostenuto come figura tecnica e autonoma ha avvertito la impellente necessità di abbandonarti, non per divergenze personali ma per totale sfiducia nella tua direzione amministrativa e politica, allora forse la domanda da porsi non è se tu stia governando male, ma se tu stia governando, o se altri lo stiano facendo al tuo posto.
Nel frattempo, mentre la città affonda in un lento degrado anche amministrativo, tu, con il salvagente della tua maggioranza, galleggi sulla superficie dei social network, dove ti mostri intento a tagliare nastri, distribuire sorrisi prestampati, benedire sagre, intitolare aiuole. Il tutto con l’espressione compunta di chi è convinto che la presenza basti per sostituire la sostanza.
Ma, caro Franco, la fotogenia, che ingiustificatamente ritieni di possedere, non è un piano di governo di una città come Aversa. Può, tutt’al più, essere acconcia per rappresentare un club di benpensanti, alla cui presidenza saresti certamente più confacente.
Sindaco, questo primo anno ha messo a nudo una realtà che molti sospettavano, ma che ora nessuno può fingere di non vedere e di cui, in maniera cruda e senza ipocrisia, mi voglio fare portavoce: tu sei inerte, contraddittorio, succube: non sei il sindaco di cui ha bisogno Aversa. Sei affidabile solo nel garantire che nulla cambi e sei fedele solo alla linea tracciata da colui che ti ha scelto e che oggi è travolto da inchieste che, è innegabile, gettano un’ombra lunga anche sul tuo mandato. Sei, in sostanza, un sindaco per procura, un ventriloquo senza voce propria, che non decide, ma se decide è perché acconsente, una comparsa nel grande palcoscenico dell’inutilità amministrativa.
E allora, in conclusione, mi rifaccio a una domanda che ti ha rivolto nell’ultimo consiglio comunale un consigliere dell’opposizione, dopo che, nell’estasi della tua autocelebrazione, hai elencato come tue una serie di progetti attribuibili alle precedenti amministrazioni: di cosa sei orgoglioso, dopo un anno da sindaco? Non delle luci accese sull’arco dell’Annunziata o dei selfie e video sorridenti. Non delle presenze ai convegni o degli interventi di facciata. Non delle tue esibizioni canore alle cene salottiere alle quali non manchi mai. Non delle inaugurazioni delle cose altrui. Parlo, piuttosto, di realizzazioni reali, di scelte vere, coraggiose, scomode. Parlo di cambiamento, di innovazioni, di direzione, di responsabilità.
Se non hai nulla da rispondere a questa domanda – e temo sia così, come è avvenuto con quel consigliere di opposizione – allora, come ti avevo scritto in quel messaggio al quale hai ritenuto di non rispondere, mi permetto di suggerirti, da aversano, amico, da contribuente e da collega, la sola decisione davvero dignitosa che potresti ancora prendere: per piacere, per il bene della città e per il tuo bene, fatti da parte, evita di cagionare ulteriori danni a questa povera città e anche a te stesso.
Con amarezza, ma senza rassegnazione.