Le improvvise e inaspettate dimissioni dell’assessore al bilancio Mariano D’amore sono un sonoro schiaffo, anzi un vero manrovescio, anche se sferrato con guanto di velluto. L’unico tecnico che aveva nominato il sindaco Mata-cene ha lasciato l’incarico sbattendo la porta, seppur con una certa eleganza. “Serviva più coraggio. Difficile scorgere le differenze nelle nuove deleghe. La città vuole risposte”, ha affermato D’amore nel lasciare l’incarico. Le dichiarazioni sono una impietosa diagnosi sul sindaco e sulla sua giunta e combaciano con la diagnosi che da tempo ha fatto la parte più sensibile e più attenta della città. Quella di D’amore è, in sostanza, una critica lucida a un’amministrazione ferma, ripiegata su sé stessa, incapace di operare quelle scelte nette e coraggiose che la città aspetta da troppo tempo. E dire che si era investito su una figura tecnica proprio per questo. In un sistema amministrativo dove le nomine tecniche dovrebbero garantire competenza e autonomia, il passo indietro dell’assessore ha un significato simbolico forte: l’impossibilità di tradurre le intenzioni in atti concreti all’interno di una giunta che si preoccupa più dei suoi equilibri interni che di risultati.
Ma il colpo di scena è arrivato qualche ora dopo le dimissioni dell’assessore, quando il sindaco Franco Mata-cene, colto alla sprovvista e desideroso di fare buon viso a cattivo gioco, ha rilasciato una dichiarazione a metà tra il tentativo di anestetizzare la situazione e il negazionismo più spudorato: “Il cammino che avevamo programmato insieme era giunto al termine. Tutto nella vita ha un inizio e una fine”. Come al solito, la verità dei fatti lo smentisce in maniera plateale. Infatti, l’ex assessore ha affermato esattamente l’opposto. Non solo non si è completato alcun cammino, ma, a sentire le sue parole, non si è mai nemmeno partiti. C’è poco da fare: ci ritroviamo un sindaco smemorato – quando gli conviene – e narratore creativo, per il quale la verità dei fatti rappresenta una creatura evanescente. Ma, si sa, ormai Mata-cene si muove come un figurante, un personaggio da cerimonia che si esibisce su un palcoscenico che è andato in pezzi.
La mossa del sindaco suona come un commiato protocollare e bugiardo, un ringraziamento freddo e con tono distaccato. Incommentabile, poi, la frase finale, pronunciata con l’aria di chi vuole dare a credere che tutto fosse già previsto e concordato. Come dire: “Nessun problema, è tutto sotto controllo. Ci penso io”. Chiunque sa leggere tra le righe o solo registrare la realtà ha bene compreso che l’uscita dell’assessore è tutt’altro che concordata. È una critica lucida a un’amministrazione ferma, costretta a servirsi di una giunta dimostratasi del tutto inadeguata. Il contesto è ben noto a D’amore: un rimpasto di giunta atteso come l’acqua nel deserto che però si è rivelato un’appariscente e inconsistente spruzzatina di umidità. Tutto cambiato per non cambiare nulla; in parte, per quei ricatti politici evocati dallo stesso Mata-cene – e sui quali egli ha deliberatamente taciuto -; e in parte (leggi: quella conferma in giunta che non può trovare alcuna ragionevole giustificazione logica, politica o di merito) per una più che “vivace” reazione temuta e sulla quale andrebbe fatta luce. Alla fine, in effetti, si è assistito al gioco delle tre carte, o della roulette truccata dove le deleghe girano e si fermano solo su chi ha puntato in maniera concordata e che ora deve riscuotere, anche se le strategie restano le stesse, cioè inesistenti.
L’assessore al bilancio, che pure aveva provato a imprimere una linea fatta di numeri e rigore, si è trovato, evidentemente, a parlare una lingua che nessuno aveva interesse a tradurre, anche perché quasi nessuno era in grado di comprenderla. E ora che l’assessore, insalutato ospite, ha lasciato, Mata-cene prova a raccontare la favola del “cammino condiviso ormai concluso”. Che sfrontatezza! Purtroppo per lui, l’ex assessore ha già scritto il prologo, lo svolgimento e pure l’epilogo. Ne sono seguite da parte del sindaco solo irriconoscenza, scusanti infantili e celebrazioni autoindulgenti.
Alla fine di questa vicenda, però, la verità è una sola: l’unico ad aver parlato con chiarezza – dall’interno e senza quelle parafrasi cerimoniali e pretesche tanto care a Mata-cene– è proprio chi, a buon ragione, ha deciso di uscire di scena; l’unico tecnico in grado di edificare ha abbandonato il cantiere perché non si è mai iniziato a costruire, anche perché non si è in grado di costruire, né ora né mai.
Conclusione di questa tragicommedia cittadina: continueremo a soffrire una giunta che non cambia né forma né inconsistenza e un sindaco che si aggrappa agli equilibri preconfezionatigli e che ora ha anche il problema di provvedere alla non facile sostituzione di D’amore. Un rimpiazzo che, naturalmente, è obbligato a discutere con i suoi capicorrente, che gli contesteranno di avere esaurito, con una conferma in giunta voluta solo da lui, la sua disponibilità di scelta. Vedremo chi subentrerà a D’amore. Il sostituto dovrà sobbarcarsi ad un compito molto arduo, considerato anche l’incombente pericolo di una bufera contabile che, “illuminata” dai fulmini della Corte dei Conti, potrebbe abbattersi in maniera devastante sull’amministrazione Mata-cene.