Non si offendano gli appassionati di teatro, ma quanto è andato in scena nella seduta di ieri del Consiglio comunale somigliava più a una scadente sceneggiata napoletana che a un confronto istituzionale. Un palco dove la democrazia è stata ridotta a liturgia stanca e dove il sindaco Franco Mata-cene, in modalità tribuno del popolo, si è esibito nel consueto monologo autocelebrativo. Tra l’altro, con l’aria dolente di chi porta sulle spalle il peso del mondo, ha snocciolato una lista di realizzazioni che, però, – piccolo particolare – non sono attribuibili a lui, ma ereditate da precedenti amministrazioni. Roba già impostata, progettata, finanziata e in molti casi anche cantierata, ma che, con il piglio tra il predicatore di piazza e il venditore di indulgenze, è stata rivendicata da Mata-cene come se fosse il frutto di un’illuminazione ricevuta la notte del dopo elezioni. Un’operazione da mediocre illusionista, del quale il consigliere Dino Carratù ha messo a nudo il dilettantesco e patetico trucco. Infatti, quando lo ha invitato ad elencare “non quattro, ma solo due o tre cose” dovute alla sua amministrazione, Mata-cene, che aveva solennemente proclamato” non tacerò”, anche in questa occasione, smentendosi per la milionesima volta, ha taciuto, si è chiuso in un prudente silenzio e ha messo da parte il cilindro dal quale aveva tirato fuori i conigli delle sue presunte realizzazioni. Il boss delle cerimonie aveva tentato un’operazione di maquillage, che, pur considerando il suo insuccesso, va comunque configurata come reato politico di appropriazione indebita di meriti altrui.
Ma la cosa più sconcertante, a parte il piagnucoloso protagonismo del sindaco e il suo malriuscito illusionismo, è stato il comportamento della maggioranza: muta, ossequiosa, accondiscendente, con l’unico compito di applaudire a comando, alzare la mano per votare, scongiurare il suo ritorno a casa. Un atteggiamento passivo, che tradisce una sola strategia: non disturbare il manovratore, anche a costo di calpestare la dignità politica. Per spirito di conservazione e per sopravvivere, bisognava votare compatti, assicurare la conferma della giunta, la nuova distribuzione delle deleghe e i premi e cotillons che verranno offerti quando Mata-cene affiderà a già individuati consiglieri le deleghe che si è strumentalmente riservato (ma su questo aspetto, e sulla” cena delle beffe” svoltasi nel dopo consiglio tra sindaco e i suoi sodali presso il ristorante “Peppe ò russo”, dove è stato redatto e firmato il provvedimento di assegnazione delle deleghe dettate a Mata-cene e portato al protocollo da un galoppino, torneremo quanto prima).
Mentre in consiglio si è recitato un copione scritto a più mani, al tavolo delle trattative e degli ultimatum si erano consumati atti ancora più sfrontati. Come la conferma – anzi, la promozione– dell’assessora “paracadutata” Gaetana Barella, nominata non per le sue competenze, non per il suo legame con la città (che non c’è), non per risultati raggiunti (che non si sono visti), ma semplicemente perché cugina di un parlamentare che sovrintende politicamente sulla lista “Aversa Azzurra”. Evidentemente, nell’ amministrazione Mata-cene, che sproloquia e straparla di trasparenza, rinnovamento, identità civica, si fanno nomine per linea di sangue e il merito si eredita per DNA. E chi, tra la maggioranza, dovrebbe vigilare, risentirsi e protestare, tace. O peggio, applaude. Già, perché in questo teatrino del potere, ci sono anche coloro, oltre allo stesso sindaco, che avevano tuonato che “questa giunta andava mandata a casa in blocco e bisognava nominarne una nuova di zecca e di alto profilo”. Parole forti, da opposizione combattiva. Peccato che, alla prima occasione utile, quei signori abbiano cambiato spartito, applaudendo la distribuzione delle nuove deleghe. Perché? Perché tra i premiati c’è anche la loro assessora, promossa nel connivente silenzio di chi ritiene che la poltrona attuale e le poltrone promesse, che dovranno arrivare quanto prima, son più comode della coerenza e della dignità.
In sostanza, risulta premiata addirittura anche Olga Diana, che, quale assessora supersfiduciata, invece di essere accompagna alla porta, è stata mantenuta nella carica, a dispetto della coerenza, proprio da quella maggioranza che l’aveva ampiamente sfiduciata. Altro che politica del rinnovamento e della trasparenza, qui si fa politica col bilancino delle convenienze, il termometro delle parentele e la sonda delle aspettative. E la città, intanto, aspetta. Aspetta che gli aversani si accorgano che il sindaco è nudo, che la maggioranza è connivente, che la giunta è vuota e che la politica vera, degna di questo nome, con Mata-cene si è imbarcata per altri e non sconosciuti lidi.
Purtroppo, questa è la triste realtà! Il Consiglio comunale è stato trasformato in un palco dove si recita, si applaude e si tace, mentre nel retropalco, a seconda delle convenienze personali, si confonde strumentalmente la fedeltà con la competenza, il clientelismo con il merito, la sopravvivenza con l’amministrazione.
Tutto questo è occupazione del potere per cooptazione, gestione opaca delle deleghe, utilità personale e fedeltà cieca come unico criterio di selezione
La città merita molto di più. E prima o poi lo pretenderà. Come? Mandando a casa i responsabili di questo indecoroso teatro.