Cronaca di un’amministrazione patrocinata da indagati

In questo momento di estrema e pericolosa confusione, dovuto anche alla lunga crisi che sta scompigliando l’amministrazione Mata-cene, si impongono riflessioni e considerazioni che vanno meditate con lucida pacatezza. 

 E’ un dato politico acclarato e anche noto a tutti che la politica e l’amministrazione della città di Aversa hanno avuto e hanno come attori principali due noti personaggi politici: il consigliere regionale Giovanni Zannini, da Mondragone – leader della lista “De Luca Presidente” e “I Moderati per Aversa” e presidente della commissione regionale ambiente – e il parlamentare europeo Fulvio Martusciello, di Napoli, coordinatore regionale di Forza Italia.

Zannini è indagato dalla Procura della Repubblica di S. Maria C.V. per gravi reati, compreso quello di falso e corruzione e, secondo voci incontrollate ma che si rincorrono da tempo, risulterebbe indagato anche presso un’altra Procura. 

E’ di questi giorni la notizia che la Procura belga, che indaga su alcuni parlamentari europei per un presunto giro di corruzione (l’ormai famoso caso Huawei, un gigante delle telecomunicazioni), ha chiesto al Parlamento europeo di revocare a Martusciello l’immunità di cui gode quale parlamentare. Peraltro, la stessa segretaria storica di Martusciello, Lucia Simeone, circa   un mese fa è stata arrestata, sempre nell’ambito di quelle indagini per il presunto giro di corruzione.  Qualche settimana fa, inoltre, dai giornali si è appreso che a carico del consigliere provinciale Giuseppe Guida – tempo addietro nominato da Martusciello coordinatore provinciale di Caserta di Forza Italia – i magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Napoli hanno fatto richiesta di arresti domiciliari per vari e gravi reati, tra i quali la corruzione. 

E’ risaputo che sia Zannini che Martusciello, in occasione delle elezioni comunali di Aversa, ma  anche prima e in seguito, per lungo tempo hanno intensamente “dialogato” con Giorgio Magliocca, presidente della provincia di Caserta e sindaco di Pignataro, dimessosi da ambedue le cariche perchè indagato (anche) per il reato di corruzione per un presunto giro di appalti e di tangenti. 

 

Questi i fatti, che vanno commentati con l’abituale premessa e precisazione che il punto nodale del loro esame non è, naturalmente, la colpevolezza giuridica, che va accertata esclusivamente dai giudici. La presunzione di innocenza è un principio fondamentale dello stato di diritto e vale per chiunque, incluso un politico inquisito per gravi reati: fino alla condanna definitiva quella persona è formalmente innocente. 

La differenza tra responsabilità penale e quella politica non è però solo materia da addetti ai lavori, ma è il cuore della democrazia. I giudici stabiliscono se un reato è stato commesso, ma sono i cittadini (e i politici onesti) che devono stabilire se una situazione di incolpazione penale  sia anche politicamente accettabile. 

In ambito politico si impongono considerazioni e valutazioni legate all’etica pubblica, alla morale, alla deontologia e, soprattutto, alla credibilità e al buon funzionamento delle Istituzioni. Sul politico, tenuto non solo all’osservanza della legge , incombe anche il fondamentale dovere di rispettare e onorare la fiducia dei cittadini, di garantire la trasparenza e di preservare la integrità e l’autorevolezza della Istituzione che rappresenta.

E’ incontestabile che, anche in assenza di una condanna, un’inchiesta per reati gravi mina la credibilità e l’autorevolezza del politico e della istituzione che rappresenta e che, pertanto, l’assenza di una sua condanna non equivale alla presenza  di una sua credibilità. Il punto cruciale è la sua responsabilità morale e politica, con la necessaria conseguenza che un’amministrazione comunale che deve la propria esistenza e sopravvivenza solo a personaggi indagati per gravi fatti che riguardano la gestione della cosa pubblica deve necessariamente chiedersi se può responsabilmente e credibilmente continuare ad amministrare una città. Ogni suo atto, ogni scelta, ogni nomina, infatti, rischia di essere letta – a torto o a ragione – come il risultato di un patto opaco, di una imposizione o anche di un solo suggerimento proprio di quei politici inquisiti ma ancora “gestori” di quella amministrazione comunale.

In democrazia anche il solo consistente sospetto di condotte politicamente inaccettabili da un punto di vista dell’etica pubblica dovrebbe essere sufficiente per fare un passo indietro e, comunque, non potrebbe mai accompagnare il disegno o il ridisegno o gli equilibri di un consiglio comunale.

Tale conclusione dovrebbe essere maggiormente condivisibile proprio nel caso di Aversa, dove Zannini, Martusciello e Magliocca, insieme, o ciascuno da solo, direttamente, indirettamente o attraverso terminali locali, sono i riconosciuti architetti dell’amministrazione comunale e coloro che  hanno scelto e benedetto la giunta, avendo, uno solo di essi, Zannini,  già scelto il “suo” sindaco, trasformandolo così da eletto a nominato. 

Allora, ora più che prima, bisogna responsabilmente chiedersi se sia accettabile e ancora tollerabile che proprio la designazione del sindaco sia avvenuta in un salotto privato, sotto l’occhio vigile dei padri fondatori del “progetto” Aversa. E bisogna anche domandarsi come si può governare in libertà quando si è nati in cattività e come può una guida della città essere indipendente se ogni suo passo è condizionato da decisioni o equilibri che nulla hanno a che vedere con il bene comune.

La responsabilità politica non richiede l’intervento dei carabinieri e non tollera attese, né brevi né lunghe, specie quelle giudiziarie. Richiede, invece, solo coscienza, decenza e rispetto per coloro che stanno fuori dal palazzo e per coloro che in buona fede hanno votato questa amministrazione.

Aversa non può diventare la città del garantismo a geometria variabile, per cui si può passare dalla frequentazione del tribunale a quella del municipio senza soluzione di continuità. La legittimità politica si costruisce sul consenso senza ombre, non su accordi siglati tra un avviso di garanzia e l’altro.  Peraltro e per di più,  il problema non sono solo gli indagati eccellenti, ma anche l’apparato che li ha accolti, protetti, seguiti, persino celebrati. Un contesto in cui regna un silenzio complice che  finge di non vedere e l’assenza di dignità collettiva, quella che dovrebbe spingere una giunta a riconoscere che nelle attuali condizioni non è consentito proseguire. Ma, evidentemente, la poltrona è comoda, e l’indignazione – quando c’è – si consuma a microfoni spenti.

Qualcuno ha paragonato questa amministrazione a un ristorante. Non resta, seppure malvolentieri, che prendere atto di questo raffronto, ma allora, vivaddio, va aggiunto che se lo chef è sospettato di avvelenare i clienti non si aspetta il terzo grado di giudizio per togliergli le padelle. Si chiude la cucina.