A seguito della bufera che rischia di travolgere la giunta comunale, della tempesta che sta flagellando la maggioranza e del perdurante caos amministrativo, si sono precipitati in città, per impartire disposizioni e ordini imperativi, non uno ma ben due (si scelga il termine più consono) “padroni-padrini” del feudo aversano e del sindaco Mata-cene. A Giovanni Zannini, il consigliere regionale mondragonese, braccio destro e sinistro di Vincenzo De Luca, si è infatti affiancata Annarita Patriarca, deputata di Forza Italia, diventata avvocata-ausiliatrice di Olga Diana, dopo che quest’ultima si è arruolata nelle sue fila per scongiurare il pericolo di essere ridimensionata o cacciata da assessore al verde.
Ci sarebbe da ridere, se la situazione non fosse così seria. O meglio – per ricordare il noto aforisma dell’indimenticato Ennio Flaiano – la situazione è grave, ma non è seria. Il sindaco Mata-cene, già al servizio di un “padrone-padrino”, ora, al pari di Arlecchino, è agli ordini di due. Con l’aggiunta del secondo regista, però, la trama si è ulteriormente complicata: inciuci, obbedienze incrociate, equilibrismi da commedia dell’arte, se non da pochade o, addirittura, da teatro delle maschere.
Il primo cittadino ( da sempre secondo e ora, con l’arrivo di Patriarca, declassificato a terzo), incapace di pronunciare una sola parola che somigli a una decisione, recita, si inchina e si fa sempre più concavo e convesso, mentre in consiglio comunale si baratta tutto, tranne un articolo sconosciuto ai più: la dignità. La città? Fa da scenografia muta a un copione scritto altrove e che oscura di nero ogni sfaccettatura di questa povera nostra città e tinge di un intenso livido la faccia degli aversani in buona fede.
Dopo le prove e i mercanteggiamenti svolti al chiuso delle stanze, si è alzato il sipario del teatro stabile del consiglio comunale e siamo dunque giunti alla rappresentazione ufficiale: Aversa, atto unico: “Arlecchino servo di due padroni”.
Sul palco il sindaco-figurante recita alla perfezione il ruolo della famosa maschera bergamasca. Prima ce ne era uno di padrone-padrino, quello che lo aveva scelto, eletto e vestito con la fascia. Ora, che se ne é aggiunto(a) un altro(a), Mata-cene ha raddoppiato la sua protezione, ma è costretto a prostrarsi doppiamente, ad obbedire e ad accontentare ambedue in pari misura.
Uno comanda, l’altro(a) pretende e il sindaco, naturalmente, sorride, si inchina ad entrambi con pari curvatura, pur di non perdere la scena e l’ingaggio. Però, nel frattempo la città resta ferma, spettatrice pagante di una vergognosa rappresentazione farsesca che meriterebbe solo fischi, pernacchi e lanci di ortaggi, se non una vera e propria rivoluzione civica.
Tra deleghe volanti, rancori storici, attese snervanti di ricompense ancora non elargite e comparse calate da fuori e dall’alto (vedi il fantasma dell’assessora Gaetana Barella), l’unico copione che si recita è quello di restare a galla, di sopravvivere, comunque e quanto più possibile.
Di sicuro, questa povera Aversa meriterebbe un vero governo, non una compagnia di valvassori e valvassini, di “guitti” o di “servi sciocchi”, tanto per fare riferimento, oltre ad Arlecchino, il servo furbo, anche a Pulcinella, la maschera della nostra terra, tanto amata dai nostri amministratori che ne hanno indossato le vesti e fatto propri mentalità e comportamento.