Caro Blog “Aversapuntoacapo,
concordo pienamente con il contenuto della lettera a firma di Orabona Isidoro del giorno 1 u.s., la quale mi offre lo spunto per alcune riflessioni su questi sette mesi della nuova amministrazione Matacena.La delusione, lo sconforto e la rabbia sono gli unici sentimenti che posso esprimere perché rivelano l’enorme, personale disagio, ma, credo, di tutti gli aversani, di vivere nella mia città. Non voglio fare l’elenco delle innumerevoli criticità che siamo costretti ad affrontare in una città insicura, abbandonata, che sopravvive nel degrado ed è succube di influenze politiche di cui potrebbe e dovrebbe fare a meno. Né voglio elencare i nomi degli assessori che sino ad ora hanno mostrato tutta la loro inidoneità e incapacità a porre sul tavolo, ad esaminare e ad affrontare (non dico, quindi a risolverle) le innumerevoli e pesanti carenze. Sarebbe un esercizio lungo, esasperante e impietoso. Non posso, né voglio, però, esimermi dall’ esprimere il mio severo giudizio sul sindaco Matacena, che, in definitiva, ha la diretta e personale responsabilità politica di tutto quello che accade, ma che non dovrebbe accadere e persistere.E qui intendo proprio muovere dalle condivisibili riflessioni socio-politiche contenute nella lettera di Orabona,le quali, credo, spiegano in maniera convincente il disastroso “regalo” che ci è stato ammannito con un sindaco come Francesco Matacena.Matacena è un sindaco scelto e calato da mani “forestiere” proprio perché privo di una precisa connotazione politica, a fronte, invece, di una ben nota “duttilità” caratteriale :disponibile e convertibile a tutto e a tutti, pluricolorato, concavo e convesso e, all’occorrenza, anche genuflettente, rappresenta la negazione o l’affermazione di qualsiasi paradigma identitario. Ogni tentativo di una sua definizione risulta pertanto artificioso; e nondimeno lo sono le sue narrazioni identitarie, da imbonimento narcisistico che straripano in una costruzione mitopoietica, funzionale alla rappresentazione di una “storia” personale e curricolare utile a contrabbandare, tra l’altro, un bagaglio valoriale e culturale di fatto autoreferenziale e “scivoloso”. Un bagaglio, in effetti, costituito per lo più da frammenti informativi utili e strumentali al tentativo di trasformare l’inimmaginabile in realtà e a legittimarsi e accreditarsi a fini esclusivamente di approcci “negoziali”. Una storia, la sua, peraltro, narrata con uno stile apparentemente remissivo ma parente stretto dell’ampollosità e con una visione che mischia mercanteggiamenti da bazar travestiti da falsa mitezza e strumentale bonarietà e accondiscendenza. Un racconto che, per di più, si accompagna ad un perenne sorrisetto, sua arma letale, ma che, anche se non sprizza né dinamismo né vivacità, si dimostra efficace nell’approccio con personaggi politici regionali o nazionali o con l’interlocutore di turno. Del resto, il soprannome di tassi’ appioppatogli da sua madre lo definisce e dipinge in maniera compiuta, meglio di ogni altra :luce sempre accesa con la scritta “Libero”, pronto, cioè, ad essere locato, disposto a trasportare chiunque e dovunque con “tariffa” da concordare amichevolmente e soprattutto in via riservata.
Però, sta di fatto, purtroppo, che i grandi sconfitti in questa pratica farsesca , involutiva e con risvolti macchiettistici – molti dei quali ricordano la famosa scena filmica della vendita della fontana di Trevi – sono però i cittadini e la città, dato che a contare è solo la scaltrezza nel porsi sotto la protezione del potente del momento e a incrementare le fortune, politiche e no, di quest’ultimo, oltre che le sue. Perché è chiaro a tutti che la carica di Sindaco non può essere strumentalizzata per assecondare necessità di essere e di apparire né tanto meno per soddisfare patologiche esigenze di ostentazione. Le quali, va detto con un sorriso sornione, si rivelano in tutta la loro schiettezza quando il demone dell’ostentazione e dell’esaltazione plateale lo costringe a portare la fascia come i pavoni portano la coda e a travestire ogni disturbo narcisistico in missione salvifica e ogni critica in sindrome della persecuzione.
Da un sindaco che voglia e soprattutto sappia fare il suo mestiere (e che tanto si era esposto in promesse e miracoli da realizzare ) ci si aspetta ben altro: interpretare le attese, i bisogni e le necessità; capacità di affrontarli e impegno nel tentativo di risolverli; farsi carico della realtà concreta e, prima dio ogni altra cosa, osservare l’etica della coerenza tra il dire e il fare; autorevolezza e capacità di guidare la squadra; indisponibilità a sottomettersi a chi ne ha favorito l’ascesa al “soglio”; carisma e determinazione a non subire “ricatti” o minacce di chi, con pretese ingiustificabili, si vuole riempire le mani più che l’animo.
Il sindaco Matacena fino ad ora non ha dato prova di tutto questo.
Rino Mazzarella